Manuela Valletti Ghezzi

"Dodici ore"
racconto breve di Manuela Valletti
pubblicato l'8-6-2005 su Il Corriere della Sera

Suona la sveglia. Marco si alza, chiama Emma, nostra figlia. Abbiamo i minuti contati. Guardo il Tg5 in attesa del mio turno per il bagno. Marco porta fuori Megan, la nostra cagnona, Emma prepara il caffè.
Ci sediamo al tavolo della cucina, due fette biscottate intinte nella nera e fumante miscela,due biscotti al cane, uno sguardo rapido alla posta elettronica e siamo tutti pronti per uscire.
L’auto, la lotta per il parcheggio.Ci sarà la fiera o no? Cerco le righe blu, non ho il pass e rischio la multa. Pazienza.
Lascio Emma al lavoro, rientro e rassetto la casa. Forse sarà una giornata normale. Ho imparato che con un padre ammalato di Alzheimer nessuna giornata può essere normale, ma ci spero ugualmente.
Una scampanellata fa abbaiare Megan. Mio padre mi si para davanti, vuole uscire. Sono solo le nove e mia madre non controlla più il suo iperattivismo. Non può uscire da solo.
Riesco a farlo tornare di sopra. Due minuti dopo si ripete esattamente la stessa scena e la mia angoscia cresce, mi dico che questa malattia ha travolto le nostre vite.
Alle dieci i miei genitori escono per fare un po’di spesa ai negozietti del QT8, il nostro quartiere da sempre.
Davanti all’unica stecca di negozi hanno giocato e sono cresciuti i miei figli e ora lo stesso luogo protegge la vecchiaia dei miei genitori.
Il quartiere è pieno di anziani, brava gente che si conosce da una vita. La malattia di mio padre è certamente nota ai più. Superato il primo imbarazzo per il mostro chiamato Alzheimer, molti di loro cercano di essere amichevoli con lui e non si stupiscono più se dice di aver giocato con Gullit. La loro umanità contribuisce a fare di questo luogo l’unico in cui vorrei vivere.
Porto Megan sulla Montagnetta, cammino per i bellissimi viali, i colori della primavera mi fanno compagnia, le corse di Megan mi mettono di buonumore, chiacchiero con gli altri padroni di cani e dimentico i miei problemi. Penso che la felicità non è mai troppo lontana da noi, anche oggi l’ho trovata.
La ricreazione è finita, rientro a casa. Mia madre mi racconta puntigliosamente i peggioramenti della malattia. Non ricorda che questo povero vecchio è mio padre e che io ne soffro già la perdita. Minimizzo:“Mamma,lascia perdere, il papà è malato,”. La sua risposta è sempre:“Dovresti provare tu”. Vorrei gridarle in faccia che sono piena di dolore anch’io, ma le faccio solo una carezza.
Mi metto al computer per sbrigare un po’ di lavoro.Il tempo passa in fretta, devo ri-uscire per recuperare Emma. Percorro nuovamente la circonvallazione, “la strada più brutta del mondo” a detta di mio nipote ed è subito pomeriggio.
Mio padre si perde in ascensore, o recupero seguendo il percorso luminoso della cabina. Mi dice che vorrebbe che noi si andasse con lui a giocare a pallone. Per fortuna arriva Raul,il filippino. Escono insieme, li vedo allontanarsi e mi si stringe il cuore. Il pallone rimbalza sul marciapiede e loro sembrano due ragazzi felici. So che si fermano davanti alla chiesa, in un gran prato a fare qualche tiro. Forse mio padre ricorda di aver giocato nel Milan o forse No. Ma certo si diverte come un bambino.
Il pomeriggio Emma ed io ci concediamo un caffè in pasticceria. Megan viene sempre con noi, i suoi sono 50 chili di amore prezioso. Al rientro a casa troviamo Marco, una mezz'ora per parlarci e mio padre scende nuovamente per chiedere di essere invitato a cena. La cosa si ripete ormai tutte le sere e non abbiamo più risposte.
Più tardi mi raggomitolo sul divano in cerca di protezione. Megan mi lecca le mani, Emma legge, Marco è al computer.
Dormire? Per me è diventato difficile, ma ci provo.

"Negli occhi di mio padre"
©
Manuela Valletti
3 dicembre 2007

Guardo gli occhi azzurri di mio padre e li vedo spenti, tristi e rassegnati. Non c'è più nulla in quegli occhi che racconti dell'uomo che era, della sua sincerità, della sua perseveranza, della sua gioia di vivere. Mio padre è stanco, si sta lasciando andare. Davanti al suo viso scarno mi si stringe il cuore, mi vengono alla mente tutte le volte che lui mi ha spronato, mi ha incitato a non mollare. Purtroppo io non posso fare altrettanto perchè non è più lui a poter decidere che cosa fare e dove stare, posso solo vederlo morire, piano piano, giorno per giorno e  impazzire di dolore.
Mio padre è ricoverato in un ospizio da 3 giorni e mi sembra una vita.
Altri, non io, hanno voluto fare questa scelta per lui e allontanarlo dalla sua casa e da tutte le sue cose, altri porteranno il peso di questa decisione.
La morte in alcuni casi è una liberazione e allora vorrei sussurare a mio padre che va bene così, va bene che lui si lasci andare,  vorrei rassicurarlo e dirgli che esiste un luogo dove il suo spirito tornerà libero e dove non ci saranno mura che non conosce a circondare la sua esistenza, dove il suo corpo tornerà sano e vigoroso e il suo sguardo sarà ancora azzurro intenso come prima.
In questo luogo prima o poi noi ci incontreremo e potremo riprendere un colloquio mai interrotto e le nostre passeggiate nei boschi alla ricerca delle sorgenti come facevamo molti anni or sono, la mia mano di bambina nella sua mano forte e rassicurante di papà straordinario. Senza più sofferenza.

"Un Natale di tanti anni fa"

E' la vigilia di Natale, mio padre si mette al lavoro con l'usuale entusiasmo per preparare il Presepe. Mi chiede di aiutarlo ad accartocciare la carta da pacco per fare le montagne, ad attaccare al muro uno sfondo di carta blu con tante piccole stelline dorate, a cercare uno specchio rotondo per fare il laghetto. Io sono tanto emozionata, è bellissimo lavorare con papà, mi fa sentire importante. In breve tempo tutto prende forma: il piano del mobile della sala viene ricoperto dal muschio e ad uno ad uno vi trovano posto i pastori, le pecorelle, gli zapognari, le donne con i secchi del latte e la Capanna con Gesù Bambino nella mangiatoia e dietro di lui, l'asino e il bue. Molto lontano dalla capanna, tra le montagne, mettiamo i Re Magi, a loro occorre tempo per arrivare a vedere Gesù...
Poi è la volta dell' abete, le palline che abbiamo per adornarlo non sono luccicanti, sono di cioccolato ricoperte di carta stagnola, ma sono bellissime, facciamo la neve con il cotone e ne gettiamo qualche fiocco. E' la volta del puntale, ogni anno viene riposto nella sua scatola per timore che vada distrutto, ora è li, davanti a me, bellissimo e lucente. Papà mi prende in braccio e io riesco ad infilarlo sulla cima dell'abete. Ecco la magia si è conclusa. Il nostro Natale può cominciare.
Domani mattina ci sarà la sorpresa del regalo sotto l'albero, poi la S.Messa e la festa per i figli dei dipendenti dell'Alfa Romeo con la distribuzione dei doni, ci saranno anche un bel pranzetto e qualche dolce. Giocheremo a tombola o alle carte con le nonne per buona parte del pomeriggio, ma avrò anche modo di contemplare i miei nuovi giocattoli e quasi il timore di toccarli perchè li ho aspettati per tanto tempo e li devo conservare gelosamente.
Manuela Valletti
Classe V elementare - Istituto Suore Canossiane
Milano, 24 dicembre 1954

"Sarà ancora Natale"

papà e rhoda-2001
Mio padre e Rhoda-Natale 1998

Quest'anno ho perso mio padre, domani saranno 5 mesi. Tra qualche giorno sarà ancora Natale. Ho preparato l'albero e ho decorato il camino, mi sono fatta aiutare da mia figlia e da mio marito. Il giorno di Natale faremo "la bella tavolata" che amava tanto papà, ma le persone a tavola saranno diverse, cambiate fuori e dentro. Cambiate come solo il trascorrere del tempo e la sofferenza possono far cambiare e forse, proprio a causa della sofferenza, migliori. Il mio nipotino ci regalerà la sua allegria, la nostra Flora farà il resto e alla fine riusciremo anche a festeggiare e a ringraziare il Signore per la famiglia che siamo. Mio padre ci sarà accanto e sarà felice di ritrovarci uniti, avrà Rhoda con se e lei scodinzolerà allegramente.

Manuela Valletti
© Giornalista
Milano,22 dicembre 2007


 

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